Intervista a Marina Tonella

Un suo autoritratto a parole?

Le parole che meglio mi descrivono sono: creatività, energia, passione, gioia e contatto.

Creatività per me non è solo arte, né solo estetica, ma soprattutto un adattamento fantasioso all’ambiente che ci circonda, che è duro e difficile. E la creatività ci aiuta a muoverci nella vita in modo resiliente e fluido. Per quanto riguarda l’energia non è importante averne tanta, ma è fondamentale riconoscere quanta ne abbiamo e saperla direzionare.

E questo è strettamente legato alla passione, più facciamo cose che ci appassionano, più la gioia si incrementa, cosa che a me succede quando incontro sulla mia strada autenticità e verità. Per questo cerco di generare contatto fra le persone, per creare un ponte fra noi e gli altri che ci permetta di rimanere umani.

Quali sono gli strumenti che utilizza oggi nel suo lavoro?

La palla da basket e la bacchetta magica sono i miei strumenti, sono come giocattoli che ci permettono di entrare in contatto con la nostra autenticità. Dopo i mei primi 20 anni di lavoro sento di aver acquisito competenze tecniche e relazionali che adesso vorrei trasmettere ai ragazzi. Lavorando con loro ho capito quale differenza c’è con le generazioni di oggi: c’è sempre meno capacità di attivarsi nella pratica, come se si rimanesse un po’ più fermi nel tempo ad aspettare che qualcosa accada. Da una parte vedo una grande capacità di interagire nel digitale e nell’immaginazione, ma credo sia importante anche riportare i piedi per terra e attivarsi con la pratica.

Qual è l’importanza della singola autenticità all’interno del gruppo di lavoro?

È importantissimo! Essere autentico non vuol dire fare tutto quello che si vuole, quando si vuole, non significa essere sfacciato o non essere capace di stare in mezzo agli altri. Autentico vuol dire prendere nota di quello che è vero per noi stessi, e poi intelligentemente adattarsi a quello che siamo. Il linguaggio può cambiare a seconda delle circostanze, ma il nostro mondo interiore rimane sempre lo stesso.

Alice Bertoli e Samuele Piacenza