Intervista a Marco Cristini

Se dovesse farsi un autoritratto a parole, come descriverebbe se stesso e il suo lavoro?

 Una persona ritardataria ma molto tenace sul lavoro. Sono scenografo e mi reputo molto fortunato a svolgere questa professione dato che porterei avanti questa passione anche nel caso dovessi avere un altro impiego. Ho avuto la fortuna di fare quello che amo con un ritorno economico, e poterci vivere! Non da meno è il fatto che io stia tenendo lezioni su quello che è diventato praticamente il centro della mia esistenza: il design e le ambientazioni. L’approccio migliore a questo lavoro è mantenere l’interesse in ciò che si fa e studiare: esserne, in una parola, consapevoli. Dall’esterno può sembrare un mestiere puramente artistico, quando invece è tecnico: richiede cioè conoscenze e competenze specifiche. Perfino Van Gogh doveva mischiare da sé i colori per poter dipingere: occorre essere preparati oltre che curiosi!

Quali strumenti usa per lavorare quotidianamente? Sono cambiati rispetto al passato, e come?

Uso molto il computer per i disegni tecnici che eseguo coi programmi CAD, li uso anche per i bozzetti di scenografia. Va detto che oggi l’approccio al digitale ricalca molto quella che è la gestualità del disegno a mano: le tavolette grafiche fanno molto in questo senso. Ma non bisogna dimenticare che programmi come Photoshop, AutoCAD eccetera, non sono altro che degli strumenti: il computer è a conti fatti un tecnigrafo e ciò che cambia è la mano che usa lo strumento. Sta al designer saper leggere i disegni e renderli leggibili ad altri, anche piacevoli all’occhio. Personalmente se dovesse scoppiarmi il computer, non sarebbe un trauma tornare a carta e matita. Le differenze sostanziali tra il passato e il presente sono i cambiamenti dettati dall’avvento di internet. Per intenderci, ora sono tenuto a lavorare molto più velocemente dato che le corrispondenze per e-mail sono praticamente istantanee. Una volta ci si poteva permettere di spedire un disegno per posta, oggi ovviamente non è più così. Poi l’approccio al lavoro e le capacità non credo siano cambiate molto. Ma le tecniche sì e avere una solida esperienza coi programmi è, oggigiorno, determinante.

Cosa possono imparare gli studenti da questa settimana di workshop?

Se fossi studente penserei alla fortuna di ritrovarmi a fine anno con un bagaglio di esperienze non prettamente legato al mio ordinario percorso di studi. Aiuta a spaziare e capire che oggi la divisione tra le discipline e gli ambiti di ricerca non è così marcata. Che poi sono divertenti: a chi non piace una settimana per staccare e dedicarsi ad altro?

Daniele Pruneri e Amedeo Caramazza