Intervista a Ajariot-Performing arts collective (Isadora Pei, Giulia Parri, Ester Fogliano).

Un vostro autoritratto in poche parole: come descrivereste voi stessi e il vostro lavoro?

Possiamo pensarci un attimo? (ridono). Partiamo dal nome del nostro collettivo: Ajariot viene da aja, che in sanscrito vuol dire “capra”, e riot, “rivolta”. Se invece dovessimo usare degli aggettivi per descrivere il nostro lavoro diremmo: performativo, multidisciplinare e all’insegna dell’attivismo! Di fatto ciò che facciamo consiste nell’unire le maestranze, le aree di competenza e le capacità di ciascuno di noi per poi creare qualcosa di nuovo, che non è semplicemente la somma delle parti. Come collettivo performativo ci occupiamo anche di installazioni multimediali, senza tralasciare la nostra attitudine all’attivismo: per questo cerchiamo di mantenere un modo molto personale quando ci avviciniamo alle tematiche che scegliamo di affrontare. L’intento è quello di produrre qualcosa di originale, che racchiuda, al suo interno, più punti di vista. In questo senso le diverse tecniche che utilizziamo sono “asservite” ai progetti.

Come sono cambiati gli strumenti di lavoro nel vostro ambito disciplinare negli ultimi anni?  

Essendo un collettivo artistico multidisciplinare, abbiamo specifiche differenti anche per quel che riguarda il comparto tecnico. Usiamo praticamente tutto: dalle tute ricoperte di marker per la motion capture ai software per il video e l’audio editing  fino ai programmi di impaginazione e per la modellazione 3d (Blender, 3D Studio Max, Cinema4D) o il gaming (Unity il nostro preferito). Gli strumenti un tempo erano piuttosto limitati, ora si moltiplicano a vista d’occhio, ma ciò che è rimasto invariato, ed estremamente attuale, è la propensione alla fisicità. La differenza è che se una volta un ballerino doveva per forza danzare per ore davanti un pubblico, ora possiamo frapporre lo spazio digitale tra pubblico e performer. Va anche detto che le nuove strumentazioni, spesso esigono costi alti e non tutti li possono sostenere: con questo workshop diamo agli studenti la possibilità di mettere le mani su strumenti preziosi, cercando di spronarli a muoversi in direzione della ricerca e alimentare la loro curiosità.

Cosa possono imparare gli studenti dal vostro workshop?

Innanzitutto lo sviluppo di identità virtuali: abbiamo chiesto agli studenti di sviluppare una storia e dei personaggi da animare. L’obiettivo era creare un simulacro virtuale da personalizzare. Per fare questo abbiamo diviso gli studenti in team di lavoro, che affrontassero diverse aree di indagine e mostrassero come alcune figure nell’immaginario tecnologico (cyborg, androide, gender, avatar) potessero essere declinate nel lavoro accostandole a questioni come quella dei gender studies e l’identità percepita, intelligenza artificiale e nuove tecnologie. Tutti argomenti attuali che abbiamo abbracciato nella nostra ottica attivista. Gli studenti hanno avuto modo, attraverso gli avatar digitali di affrontare temi come l’immigrazione, il gender, la violenza sulle donne e potenziamento del corpo (estensione delle capacità fisiche attraverso la tecnologia). Per comprendere qual è il confine tra l’umano e il digitale e cosa sta nel mezzo.

Daniele Pruneri e Amedeo Caramazza