Intervista a Germana de Michelis

Un suo autoritratto in poche parole?

Sono docente NABA da undici anni in Interior Design e Urban Design, mi occupo anche dell’orientamento per i futuri studenti. Sono inoltre architetto e mamma, cosa che mi ha arricchito tantissimo come persona.

Nel mio lavoro provo sempre a mantenere un approccio positivo e a cercare quegli aspetti che possono divertirmi, anche se ovviamente non sempre è possibile. In una situazione come quella del workshop, penso che trasferire agli studenti quel senso di leggerezza sia estremamente importante per poter lavorare in maggiore sintonia. Tutto questo non deve assolutamente allontanare la professionalità, ovviamente.


Quali sono gli strumenti che utilizzi oggi per il tuo lavoro? Cosa è cambiato rispetto al passato?

Sono cambiate molte cose, tra cui il mondo dell’insegnamento, a mio avviso ora più divertente e vicino al mio modo di essere. In NABA l’insegnamento è sempre stato più “orizzontale” rispetto ad altre facoltà in cui ho insegnato: l’arrivo delle nuove tecnologie lo ha semplificato e, per me, ha rotto alcuni di quegli schemi che mi sono stati invece insegnati. Grazie a queste novità sono riuscita a creare metodi alternativi con i miei studenti ed in questo modo avviene uno scambio di informazioni reciproco per crescere insieme, perché anche io come docente ho molto da imparare da loro. Questo workshop ne è un esempio: abbiamo creato qualcosa da scoprire insieme ai nostri studenti unendo Antropologia e Design.


Nel workshop parlate di “spazi umani” e di confini, quando questi sono positivi e quando sono negativi?

Durante il nostro workshop abbiamo citato Ludwig Wittgenstein, che disse “un recinto aperto è pur sempre un recinto”. Tuttavia, credo che spesso si abbia la concezione che avere un confine sia necessariamente un limite. Un esempio sono proprio gli essere umani: la nostra pelle ci definisce e questo non è sempre un male, a patto che questa sia tattile e vogliosa di incontrarne altre! Mantenere un’identità non è una cosa per forza negativa, il problema si crea quando si giudica la diversità. Un recinto aperto, per tornare alla citazione di Wittgenstein, consente di mantenere l’ordine e noi dobbiamo essere capaci di utilizzare quelle piccole aperture per creare nuove connessioni e crescere. L’obiettivo non è quindi perdere tutti questi confini, bensì sfruttarli per una crescita personale e culturale. Senza questi “recinti” ci sarebbe il caos.

Lorenzo Baio e Silvia Brigoli