Intervista a David Orlandelli

Un suo autoritratto in poche parole?

Caparbio, allegro, sognatore e illuso (ride). Sono nato a Roma ma cresciuto artisticamente a Milano, dove ho frequentato una scuola d’arte come allievo di Aldo Di Gennaro, grande illustratore. Il primo lavoro in assoluto è stato con i fumetti e le pubblicazioni per ragazzi (ad esempio Tiramolla). Mentre come storyboard artist ho cominciato presso gli studi Mediaset per un mio amico scenografo.

Quali sono gli strumenti che utilizzi oggi per il tuo lavoro? Cosa è cambiato rispetto al passato?

Io uso di preferenza il laptop e la Wacom Cintiq portatile, dato che spesso devo viaggiare e per forza di cose devo lavorare nella cabina dell’aereo. I software che più utilizzo sono SketchBook Pro, Toon Boom Storyboard Pro, e ovviamente Photoshop. Prima dell’avvento del digitale si faceva tutto a matita, molto divertente: dovevi usare la china, carboncini… insomma, dovevi saperti destreggiare con molte tecniche diverse. Oggi basta smanettare un po’ col computer per acquisire un buon livello di manualità.

Avrebbe un consiglio da dare a un giovane studente cui venga voglia di lavorare come storyboard artist? A quale porta bussare?

Se vuole fare lo storyboard artist, gli consiglierei di sedersi e aspettare che gli passi (ride). Ma, se proprio vuole farlo, deve armarsi di pazienza e determinazione. Un altro suggerimento è quello di avere un book con un portfolio di materiali e portarlo in giro: a case di produzione, agenzie pubblicitarie… ma anche presso chi lavora nell’industria cinematografica (organizzatori, scenografi, direttori della fotografia) e di animazione.

Un altro messaggio vorrei passasse è questo: mai fossilizzarsi. Mettere assieme un bagaglio il più vario possibile è importantissimo.

Daniele Pruneri e Amedeo Caramazza